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Shanti De Corte: sopravvissuta a un attentato dell'ISIS, morta per eutanasia a 23 anni. C'erano alternative.
Approfondimenti · 6 min di lettura

Shanti De Corte: sopravvissuta a un attentato dell'ISIS, morta per eutanasia a 23 anni. C'erano alternative.

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Vita Degna

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Il 22 marzo 2016, Shanti De Corte aveva 17 anni ed era in aeroporto con i suoi compagni di scuola. Stavano partendo per una gita a Roma dall'aeroporto di Zaventem, a Bruxelles. Alle 7:58 del mattino, a pochi metri da lei, esplose una bomba. L'attentato dell'ISIS fece 32 morti e 340 feriti. Shanti non riportò ferite fisiche.

Il 7 maggio 2022, sei anni dopo, Shanti De Corte è morta per eutanasia. Aveva 23 anni.

Una sofferenza reale, profonda — e trattabile

Shanti non si riprese mai dall'attentato. Nei giorni successivi al 22 marzo 2016 venne ricoverata in una struttura psichiatrica ad Anversa — un luogo che già conosceva, per ricoveri precedenti. Nei mesi e negli anni successivi entrò e uscì dagli ospedali più volte.

Sui social raccontava la sua vita con una franchezza che colpisce: "Prendo diverse medicine a colazione. Fino a undici antidepressivi al giorno. Senza non posso vivere, ma con tutte queste pastiglie non provo più niente. Sono un fantasma."

Nel 2018, durante un ricovero, subì un tentativo di aggressione sessuale da parte di un altro paziente. Nel 2020 tentò il suicidio. Poi, nel 2022, fece richiesta di eutanasia attraverso un'associazione specializzata. Due psichiatri approvarono la richiesta dichiarando la sua sofferenza psicologica "incurabile e insopportabile".

La sofferenza di Shanti era reale e documentata. Era anche — e questo è il punto che cambia tutto — una sofferenza psicologica. Non una malattia fisica terminale. Un trauma grave, devastante, ma che la medicina e la psicologia sanno trattare. Ci sono terapeuti specializzati nel trattamento del PTSD complesso da attentati terroristici. Uno di questi aveva chiesto di incontrare Shanti. Non l'ha mai incontrata.

L'alternativa che c'era — e che non è stata offerta

Nathalie Neyrolles era una terapista specializzata in vittimologia, con esperienza specifica nei traumi da attentati terroristici. Alla fine di aprile 2022 — poche settimane prima della morte di Shanti — aveva chiesto di poter incontrare la ragazza.

"Ero stata informata che Shanti soffriva di un trauma complesso e che l'unica soluzione finora proposta era accettare la sua richiesta di eutanasia. Senza escludere a priori questa soluzione, la mia esperienza in vittimologia mi pone alcune domande", aveva dichiarato.

La psichiatra che seguiva Shanti rifiutò quell'incontro. Shanti non seppe mai che quella possibilità esisteva.

Il neurologo Paul Deltenre, della Clinica Brugmann di Bruxelles, è stato esplicito: l'eutanasia non avrebbe dovuto essere concessa. "Non c'era nulla da perdere nell'accettare l'offerta di cura fatta dall'équipe terapeutica di Ostend", ha dichiarato all'emittente pubblica belga RTBF. Su sua segnalazione, la magistratura di Anversa ha aperto un'inchiesta.

La Commissione federale di controllo dell'eutanasia ha risposto trincerandosi dietro la correttezza formale della procedura: la legge era stata rispettata, la sofferenza era stata giudicata insopportabile da due psichiatri. Fine della discussione.

La legge che si espande

Quando il Belgio ha legalizzato l'eutanasia nel 2002, il dibattito pubblico la presentava come una misura per casi estremi di malattia fisica incurabile — pazienti terminali con dolori insopportabili, senza nessuna alternativa.

Shanti De Corte aveva 23 anni. Aveva un trauma psicologico grave, ma non aveva alcuna malattia fisica. Non era terminale. Stava soffrendo — profondamente, autenticamente — di una condizione per cui esistevano trattamenti non ancora tentati.

Il criterio della legge belga è "sofferenza fisica o psichica persistente e insopportabile". Chi valuta se una sofferenza è insopportabile? Con quale strumento oggettivo? Chi garantisce che tutte le alternative siano state davvero esplorate? Nel caso di Shanti, la risposta è documentata: non tutte le alternative erano state esplorate. Una terapista aveva offerto la propria disponibilità. Era stata rifiutata.

I numeri del sistema belga confermano la direzione: dai 235 casi del 2002 ai 3.991 del 2024, il 3,6% di tutti i decessi. Oltre il 18% dei casi riguarda oggi pazienti non terminali, spesso con patologie psichiatriche.

La madre e la normalizzazione

"Era quello che lei voleva davvero" ha detto la madre di Shanti, Marielle. Si era convinta che non ci fosse altra strada. Non è una colpa. È il risultato di una cultura e di un sistema che, presentando la morte come soluzione legittima, modella progressivamente il modo in cui chi soffre — e chi la ama — vede le proprie possibilità. Quando la legge normalizza una scelta, anche chi ama inizia a vederla come ragionevole. Anche chi ama può smettere di cercare alternative.

Quello che la storia di Shanti insegna

Shanti De Corte non voleva morire. Voleva che il dolore finisse. Sono due cose diverse. Una si cura. L'altra no.

Aveva scritto, anni prima: "A volte urlo come se fossi tornata a Zaventem. Ma voglio vivere e aiutare gli altri."

Nel suo ultimo messaggio sui social: "È stata una vita di risate e lacrime, fino all'ultimo giorno. Ho amato e mi è stato concesso di sapere cos'è il vero amore. Me ne vado in pace. Sappiate che già mi mancate."

Una ragazza che scriveva così non aveva smesso di amare la vita. Aveva smesso di credere che il dolore potesse finire. E nessuno, nelle ultime settimane, le aveva mostrato con concretezza che esisteva ancora una strada.

La risposta alla sofferenza è la cura, la presenza, l'accompagnamento. Shanti meritava tutto questo. Le è stato negato.

La domanda per l'Italia

In Italia si discute di introdurre il suicidio assistito con il criterio della "sofferenza psicologica o fisica insopportabile". Sono le stesse parole della legge belga. Gli stessi criteri soggettivi che non prevedono un metodo oggettivo di verifica, che si espandono nel tempo, che nella pratica includono — come il caso di Shanti documenta — situazioni in cui alternative concrete non sono state esplorate.

Il caso di Shanti De Corte non è un'eccezione bizzarra del sistema belga. È la logica del sistema belga nella pratica. Quando il sistema certifica la morte senza aver garantito le cure, non sta rispettando la libertà di chi soffre. Sta certificando il suo abbandono.


Fonti: La Nuova Bussola Quotidiana, ottobre 2022 — Il Post, ottobre 2022 — Il Fatto Quotidiano, ottobre 2022 — Il Messaggero, ottobre 2022 — Daily Compass, ottobre 2022 — RTBF (emittente pubblica belga) — Commissione federale di controllo e valutazione dell'eutanasia, Belgio 2024.

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