Quando la famiglia dice no, non conta. Le storie che le leggi sull'eutanasia non vogliono raccontare.
Vita Degna
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In tutti i Paesi dove l'eutanasia è legale — Spagna, Canada, Belgio, Paesi Bassi e altri — la legge non prevede alcun ruolo formale per la famiglia del paziente. I familiari possono opporsi, ricorrere in tribunale, denunciare irregolarità. Ma la decisione finale spetta a commissioni di esperti che spesso non hanno mai conosciuto il paziente. E le famiglie restano fuori dalla porta.
Queste non sono ipotesi. Sono fatti documentati, accaduti in Paesi democratici con leggi che si definiscono "rigorose" e "piene di garanzie".
Canada, 2019: eutanasizzato per la perdita dell'udito
Alan Nichols aveva 61 anni e viveva in British Columbia. Non aveva malattie terminali. Soffriva di depressione e di problemi uditivi — una perdita dell'udito causata da un intervento chirurgico subito da bambino. Nel giugno del 2019 viene ricoverato in ospedale dopo che un familiare, preoccupato per lui, chiede l'intervento della polizia. All'ammissione viene valutato come soggetto a rischio suicidio.
Un mese dopo, il 26 luglio 2019, Alan Nichols muore tramite MAID — il programma canadese di assistenza medica alla morte. Sul modulo di richiesta la ragione indicata è una sola: la perdita dell'udito.
La famiglia viene informata quattro giorni prima della procedura. Quando ormai non c'è più nulla da fare.
«Abbiamo passato 50 anni ad aiutare Alan a vivere. In un mese gli hanno firmato il certificato di morte. Come può essere successo in così poco tempo? Dov'è la legislazione che ci protegge?» — queste le parole di Gary Nichols, fratello di Alan, alla stampa canadese.
La sorella di Alan ha aggiunto: «Alan non soddisfaceva i criteri. Riusciva a parlare, era seduto, mangiava, andava in bagno, rideva. Sapevo guardandolo che aveva ancora voglia di vivere. Non era vicino alla fine della sua vita.»
La famiglia ha presentato un rapporto alla polizia e alle autorità sanitarie. L'Associazione Canadese per la Vita Comunitaria ha dichiarato di essere «turbata» dalla morte di Alan, aggiungendo che il caso dimostra come i medici possano interpretare la legge sul MAID «in modo più ampio di quanto mai inteso».
Canada, 2025: voleva le cure palliative. Suo marito ha scelto per lei.
Il caso di Mrs. B — nome di fantasia usato nel rapporto ufficiale del Comitato di Revisione delle Morti per MAID del Coroner dell'Ontario, pubblicato nel 2025 — è forse il più inquietante tra quelli documentati negli ultimi anni.
La donna aveva dichiarato chiaramente, in base ai suoi valori e alle sue convinzioni, di non volere l'eutanasia. Voleva le cure palliative. Ma i posti in hospice non erano disponibili nell'immediato.
Suo marito, valutato dai medici come in stato di «burnout da caregiver», ha fatto richiesta urgente di MAID per lei. Mrs. B è morta lo stesso giorno in cui è stata presentata la richiesta.
Il caso documenta uno scenario che i sostenitori dell'eutanasia definiscono impossibile: una persona che non voleva morire, che aveva espresso questa volontà, che muore comunque — perché qualcun altro ha deciso per lei e perché il sistema ha risposto alla domanda più velocemente di quanto avrebbe potuto rispondere a quella di cure.
Il rapporto del Coroner conclude che «può essere più facile morire tramite eutanasia che ricevere cure palliative in Ontario, anche quando la persona ha indicato di voler le cure palliative e non l'eutanasia».
Belgio, 2019: il primo processo penale per eutanasia in Europa
Nel 2019 il Belgio affronta il primo processo penale per eutanasia nella storia europea. Tre medici vengono portati in giudizio per la morte di Tine Nys, una donna di 38 anni con diagnosi di disturbo della personalità, eutanasizzata nel 2010.
La famiglia — i genitori e le sorelle di Tine — aveva denunciato irregolarità nella procedura: secondo loro la donna non soddisfaceva i criteri di legge, la diagnosi era contestabile e la procedura era stata eseguita in modo affrettato. Uno dei medici non aveva mai incontrato la paziente prima di somministrarle il farmaco letale.
Al termine del processo, nel gennaio 2020, tutti e tre i medici vengono assolti.
La famiglia ha continuato a denunciare pubblicamente il caso come esempio dei limiti strutturali del sistema di controllo belga. Il caso ha portato a una revisione parziale della legge, ma non ha cambiato il principio fondamentale: la famiglia non ha potere decisionale sull'eutanasia di un proprio caro.
Canada, 2025: era sedato e delirante. Lo hanno scosso per ottenere il consenso.
Un altro caso documentato nello stesso rapporto del Coroner dell'Ontario riguarda un paziente che aveva richiesto una consulenza MAID ma che, nel momento in cui si sarebbe dovuta procedere, era diventato delirante e veniva tenuto sedato.
Il team di cure palliative lo aveva valutato come non più capace di prendere decisioni. Il medico MAID aveva tuttavia proceduto a «scuoterlo vigorosamente» per risvegliarlo. Ottenuto un cenno e il movimento delle labbra, aveva considerato queste reazioni come espressione di consenso informato. Il paziente era stato eutanasizzato lo stesso giorno.
Questo è ciò che avviene concretamente dietro la parola «garanzie».
Spagna, 2026: «Non voglio che ci siano altre Noelia»
Il caso di Noelia Castillo ha attraversato la Spagna come un terremoto. Noelia, 25 anni, era rimasta paraplegica nel 2022 dopo un tentativo di suicidio. Con una storia di traumi, violenze sessuali, depressione e malattia mentale, aveva presentato richiesta di eutanasia nel 2024.
Suo padre si era opposto con tutti i mezzi legali disponibili, convinto che sua figlia non stesse scegliendo liberamente. Ha portato il caso davanti al Tribunale di Barcellona, al Tribunale Superiore di Giustizia della Catalogna, al Tribunale Supremo, alla Corte Costituzionale spagnola e infine alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo. Tutti i ricorsi sono stati respinti.
Il 26 marzo 2026, dopo 601 giorni di battaglia legale, Noelia muore in una struttura sanitaria nei pressi di Barcellona. Senza i genitori accanto — lei stessa aveva rifiutato la loro presenza.
Sua madre, Yolanda Ramos, ha poi preso la parola pubblicamente. Non per contestare la sofferenza della figlia, ma per denunciare qualcosa di più profondo: pur essendo sua madre, non aveva avuto alcun potere decisionale. Tutto era stato nelle mani di una commissione di esperti che non conosceva Noelia.
«Non voglio che ci siano altre Noelia» ha dichiarato, annunciando la creazione di una fondazione che porterà il nome della figlia, dedicata all'assistenza delle persone con malattie mentali. Ha chiesto l'abolizione della legge sull'eutanasia in Spagna.
La madre ha anche sollevato un dato medico specifico: secondo lei, Noelia non soffriva di dolore fisico cronico — non le erano stati prescritti morfina o analgesici potenti fino al marzo 2025, pochi mesi prima della morte, quando la richiesta era già in corso.
Il problema non è nei singoli casi. È nella struttura della legge.
Sarebbe comodo liquidare queste storie come eccezioni, come errori di applicazione di leggi altrimenti ben costruite. Ma guardando i casi nel loro insieme emerge qualcosa di diverso: un pattern.
Le leggi sull'eutanasia sono costruite attorno al principio dell'autodeterminazione individuale. In teoria è un principio nobile. In pratica significa che la famiglia viene sistematicamente esclusa dal processo — perché includerla significherebbe riconoscere che la scelta di morire non avviene nel vuoto, ma dentro relazioni, dentro dipendenze affettive, dentro pressioni economiche e sociali che una commissione di esperti non vede e non può valutare.
La famiglia che si oppone viene trattata come un ostacolo all'autonomia del paziente. Ma chi ha stabilito che l'amore di un padre, di una madre, di un fratello, non abbia alcun valore nel momento più importante della vita di una persona?
Le famiglie che si oppongono all'eutanasia di un loro caro non vogliono imprigionarlo nella sofferenza. Vogliono tempo. Vogliono cure. Vogliono che qualcuno stia accanto a chi soffre invece di offrirgli la morte come soluzione.
La risposta alla sofferenza non può essere eliminare chi soffre. Deve essere costruire le condizioni perché quella sofferenza possa essere affrontata, accompagnata, alleggerita. Le cure palliative esistono per questo. Funzionano — quando vengono finanziate, quando vengono diffuse, quando diventano la risposta ordinaria invece dell'eccezione.
Fino ad allora, le famiglie continueranno a restare fuori dalla porta. E a pagarne il prezzo.
Fonti
- CTV News / Associated Press, agosto 2019 — caso Alan Nichols, British Columbia
- Office of the Chief Coroner of Ontario — Navigating Complex Cases: MAiD Death Review Committee Report, 2025
- Trudo Lemmens, Euthanasia as Medical Therapy in Canada, Hastings Center Report, 2025
- Tribunale di Gand, Belgio — sentenza caso Tine Nys, gennaio 2020
- EWTN Italia, maggio 2026 — dichiarazioni Yolanda Ramos
- Il Post, marzo 2026 — caso Noelia Castillo