Noa Pothoven: voleva che qualcuno la aiutasse a non voler morire
Matteo
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Il 2 giugno 2019, nel salotto di casa sua ad Arnhem, nei Paesi Bassi, Noa Pothoven muore circondata dalla sua famiglia. Aveva 17 anni. Non aveva malattie fisiche terminali. Soffriva di depressione grave, anoressia e disturbo post-traumatico da stress — conseguenze delle violenze sessuali subite tra gli 11 e i 14 anni.
La sua storia ha percorso il mondo in poche ore, rimbalzando da una testata all'altra con ricostruzioni spesso imprecise. Vale la pena raccontarla con precisione, perché i dettagli — quelli che i titoli tendono a omettere — sono esattamente il punto.
Una vita spezzata due volte
Noa subisce violenze sessuali a 11 e 12 anni. A 14 anni viene aggredita di nuovo. Da quel momento la sua vita cambia radicalmente: depressione grave, anoressia, autolesionismo. In pochi anni accumula trenta ricoveri in centri specializzati, trattamenti psichiatrici, terapie di ogni tipo.
Nel 2018, a 16 anni, trova la forza di raccontare tutto in un libro autobiografico, Vincere o imparare. È un grido. Vuole che il mondo sappia cosa le è successo e cosa sta attraversando.
Nel 2019 chiede l'eutanasia alla Clinica olandese per la fine della vita.
Il rifiuto e il paradosso
La clinica dice no. La motivazione è precisa: Noa è troppo giovane, il suo cervello non è ancora completamente sviluppato, deve prima elaborare il trauma. Il parere degli specialisti è che non si possa escludere una guarigione — e che quindi la richiesta non soddisfi i requisiti di legge. Le viene detto di aspettare almeno fino ai 21 anni.
Poi accade il paradosso.
Poche settimane dopo, i suoi medici accettano di assisterla mentre smette volontariamente di mangiare e di bere. Le garantiscono cure palliative per rendere meno doloroso il processo. La seguono fino alla fine.
Il rifiuto formale dell'eutanasia non ha cambiato l'esito. Ha cambiato solo la modalità.
Le sue ultime parole
Una settimana prima di morire, Noa scrive su Instagram:
«Dopo anni di battaglie, il combattimento è finito. Ho smesso di mangiare e bere. Sono ben curata, ottengo sollievo dal dolore e sono con la mia famiglia tutto il giorno. Non cercare di convincermi che questo non è buono, questa è la mia decisione ed è definitiva.»
E in un post precedente aveva scritto: «Non sono stata davvero viva per così tanto tempo. Respiro ancora, ma non sono più viva.»
Il dolore fisico era sotto controllo. Lo dice lei stessa: ottiene sollievo. Il problema non era il corpo. Era l'anima che non trovava pace — e che non aveva trovato, in anni di ricoveri e terapie, qualcuno capace di aiutarla a scoprire che la vita poteva valere più del suo dolore.
Il punto che nessuno vuole affrontare
Il caso di Noa ha scandalizzato molti proprio perché non aveva malattie fisiche. Come se la sofferenza psicologica fosse meno reale, meno legittima — o al contrario, come se rendesse la sua morte meno comprensibile.
Ma è esattamente il contrario. Il caso di Noa illumina qualcosa che i dati confermano da anni: nella stragrande maggioranza dei casi, chi chiede l'eutanasia non soffre di un dolore fisico incontrollabile. Le cure palliative sono in grado di gestire il dolore fisico nel 95% dei casi. È il dolore psicologico — la paura, la solitudine, il senso di essere un peso, la perdita di identità e autonomia — che spinge verso la richiesta di morte.
La differenza tra Noa e un anziano malato terminale non è nella natura della sofferenza. È solo nell'aspetto esteriore.
I paletti che non reggono
C'è un altro elemento della storia di Noa che vale la pena sottolineare. La clinica le aveva detto no sulla base di un criterio preciso: era troppo giovane. Ma quella stessa legge olandese del 2002 permetteva già l'eutanasia dai 12 anni, con il consenso dei genitori, per chi viveva sofferenze ritenute intollerabili.
Dal 2023 la soglia si è abbassata ulteriormente: l'eutanasia è ora possibile anche per bambini dai 1 ai 12 anni affetti da malattie gravi. Il Protocollo di Groningen, già in vigore da anni, regola l'eutanasia dei neonati con disabilità considerate incompatibili con una vita «degna».
Nel 2024 i Paesi Bassi hanno registrato 9.958 casi di eutanasia — circa il 10% in più rispetto all'anno precedente. Di questi, 219 per disturbi psicologici puri: un aumento del 59% in un solo anno.
La legge del 2002 diceva: solo adulti, solo sofferenze fisiche insopportabili, con tutte le garanzie del caso. Vent'anni dopo siamo qui. I paletti nelle leggi ingiuste non resistono a lungo. Uno dopo l'altro, vengono abbattuti.
Quello che Noa chiedeva davvero
Noa aveva subito violenze inimmaginabili. Era stata abbandonata — non dai singoli medici che l'hanno seguita, ma da un sistema che non è riuscito a offrirle una risposta all'altezza del suo dolore. Aveva scritto un libro per raccontare la sua storia. Stava gridando, in tutti i modi che conosceva.
La risposta che ha ricevuto è stata, alla fine, un'assistenza al morire.
Non qualcuno capace di starle accanto fino in fondo, di aiutarla a scoprire — un giorno, anche lontano — che la vita poteva valere più del suo dolore. Solo il sollievo dal dolore fisico. E il permesso di andare.
Noa non voleva morire. Voleva che qualcuno la aiutasse a non volerlo più. Non l'ha trovato — non perché non esista, ma perché non glielo hanno offerto in tempo.
Quando la morte diventa un'opzione legittima, smette di essere una sconfitta da evitare. E inizia a diventare una soluzione da proporre.
Fonti
- La Nuova Bussola Quotidiana, 6 giugno 2019 — Noa, la ragazza suicida a cui bisognava ridare la speranza
- La Nuova Bussola Quotidiana, 11 giugno 2019 — Noa e quella richiesta di aiuto che nessuno ha colto
- Regional Euthanasia Review Committees — Annual Report 2024
- Noa Pothoven — Vincere o imparare (Winnen of leren), 2018